mercoledì 25 novembre 2009

Il rumore del Mare

Si torna ad essere fango, non volendo.
Riesco a sentire l'odore della salsedine nei capelli.
Amor Mio, ti sono accanto più di quanto non sembri.

Ti seguo nella notte e tremo al tuo sbadare,
poggi la mani al muro e cade la bottiglia.
Inginocchi i tuoi pensieri al peso della vita,
cerchi di non guardare le mie sensazioni.

Meglio staccarsi.

Lentamente come rive che non si risolvono,
lasciamo scorrere il fiume della vita in mezzo a noi,
guardandoci sempre negli occhi,
osservando il tempo passare,
ma senza mai toccarci.

E' questo il nostro destino?

Preferisco la morte.

giovedì 19 novembre 2009

Again

Capita di essere al posto sbagliato
al momento sbagliato.

Giro nella nostra stanza.

Sento ancora il tuo profumo.

Lo chiudo nel cassetto,
insieme alle altre cose.

Oggi ne ho serrati tanti,
solo una chiave rimane e brucia ardentemente.

Sono indecisa se lasciarla conficcata
nella prima porta dell'Inferno
o lanciarla verso il cielo.

Inserisco ulteriormente la lama nel mio petto,
mi è rimasto solo questo.

Sono sempre al posto sbagliato
nel momento sbagliato.

giovedì 12 novembre 2009

Ride the Darkness_INTRO

“A me invece sembra che tu abbia la memoria piuttosto corta, Derek...o forse lo fai di proposito? Dimmi, che cosa esattamente del discorso Lascia in pace me e mia sorella, non ti è chiaro?”
“Elaine, si tratta di una cosa veramente importante...”
In preda alla rabbia lei lo ignora, e continua la sua invettiva.
“E poi come ti è venuta in mente, questa storia dell'autocombustione? Mi credi davvero così stupida da cascarci? Si sente l'odore di benzina da un chilometro!”
“Sei qui, quindi vuol dire che ci hai creduto...”
“No, vuol dire solo che ti posso uccidere senza scomodi testimoni!”
“Adesso ascoltami bene: ma tu credi che avessi davvero voglia di cercarti, hm? Credi che mi faccia piacere rivedere la tua faccia? Beh se è così che la pensi ti sbagli! Ci sono stato costretto e a proposito...non puoi mettere via quella maledetta pistola?”
“Non finché ti ho sotto tiro. E adesso mi dici che cos'hai o posso spararti?”
“Cristo Elaine! Sto cercando di essere serio...”
“Anch'io ho seriamente voglia di spararti Derek”
“Perché non l'hai ancora fatto, eh? Dai sparami...ma prima dimmi che fine ha fatto tua sorella”
Un guizzo di adrenalina attraversa il corpo di Elaine. La pistola si abbassa di qualche centimetro.
“Che cosa intendi dire?”
“Lo sai benissimo che cosa intendo dire...tua sorella è sparita, e si è portata via mio fratello”
“Oh sì, questa è buona davvero! Certo che ne hai di fantasia...”
“Sono spariti insieme e lo sai meglio di me” la interrompe lui “altrimenti non saresti qui adesso”
Ora è teso, non ha più voglia di scherzare e nemmeno lei.
La canna della pistola va a puntare contro il pavimento.
“Da quanto non vedi Scott?”
“Tre giorni. Non ha mai chiamato una volta, e non è da lui. E Bridget?”
“Anche lei manca da tre giorni. È uscita di mattina presto, ero ancora mezza addormentata...ha detto che prendeva la macchina per andare da alcuni amici che abbiamo in zona e che potevano aiutarci...è gente che conosco, quindi non mi sono preoccupata”
Derek si morde nervosamente le labbra.
“Fantastico...”
“A questo punto credo che mi abbia mentito...e questo Brigs non lo farebbe mai”
“E quindi?”
“Non credo che fosse lei, Derek”
“Cosa vuol dire che non era lei?”
“Non è Bridget che è sparita con tuo fratello”
Ava!
Dannazione a te!
“Mi pare di avertelo già detto, ma non ne sono sicuro...lo sai che sei una donna impossibile?”
Finalmente Elaine fa sparire la pistola.
Ormai è chiaro che non le serve più.
Non che abbia mai avuto intenzione di usarla davvero su Derek...tranne nei primi cinque minuti dal suo arrivo.
La questione è molto, molto più seria di quanto avesse immaginato.
“È una cosa troppo difficile da spiegare...”
“Beh, provaci!”
“Non adesso Derek. Prima dobbiamo trovare A...mia sorella e Scott, e poi capirai quello che intendevo dirti”
Lui scuote la testa.
“Certo, sarà una passeggiata dato che non sappiamo nemmeno da che parte iniziare!”
“Appena chiudi la bocca e accendi il cervello ti spiego la mia teoria...”
“Hai una teoria?”
“Ho una teoria, e sono sicura che è anche azzeccata”
“Oltre che impossibile sei anche saccente...”
“Hai un'idea migliore? Vuoi andare in giro a vuoto per dei giorni mentre il tuo adorato fratello muore in quella maledetta città?”
“Che ne sai che sono a Misty Lane, eh?”
“E dove pensi che siano, a fare compere? Certo che sono finiti a Misty Lane...e adesso credo anche di sapere in che modo”
“Va bene, senti Elaine...mi stai facendo venire mal di testa! Mi dici quello che sai e la facciamo finita, o devo farti fuori io?”

RIDE THE DARKNESS_intro

“Elaine...Elaine!”
“Spostati ragazzina, fammi passare...tanto non può sentirti”
“Ma cosa...”
“Prima lasciami fare il mio lavoro, poi vedrai che tua sorella ti dirà tutto quello che vuoi sapere...”
In un attimo appena Vanilla sparì dal suo campo visivo, portando con sé sua sorella Elaine. Hanger la seguì, trascinandosi appresso Derek.
Bridget si lasciò cadere sconsolata su una sedia, e poi si mise a fissare la porta dietro la quale i quattro erano spariti.
Non aveva mai visto Elaine conciata in quella maniera, e la cosa non smetteva di sconvolgerla al punto che dovette trattenersi a forza per non lanciarsi contro la porta chiusa e sfondarla a spallate.
“Non fare quella faccia, vedrai che si riprenderà...” commentò una voce petulante dall'altro capo della stanza.
Sadder strimpellò due note a un'enorme pianoforte in ebano, poi sospirò stancamente, e afferrò la sigaretta che bruciava sul posacenere sopra il piano.
“Nessuno si fida più del nostro lavoro” si lagnò aspirando a fondo “Ci vogliono far passare tutti per dei manipolatori...”
Soffiò un paio di anelli di fumo, poi sospirò ancora guardando il soffitto con aria sognante, e infine tornò al piano.
“Dovresti fidarti di più, Bridget...” canticchiò “A partire da te stessa”
Quando lei fu sul punto di ribattere a quella che considerava una voluta provocazione al suo stato d'animo, la ragazza accanto a Sadder raddrizzò immediatamente le orecchie, e con aria bellicosa mosse un paio di passi nella sua direzione.
“Non agitarti, Tangerine” l'ammonì lui sorridendo, ma senza staccare gli occhi dalla tastiera del pianoforte “Non credo che la nostra amica abbia tanta voglia di mordere...”
“Io non ci giurerei...” mormorò Bridget in risposta, mentre l'altra la guardava in cagnesco.
“Fai un passo e credimi, sarà l'ultimo” la minacciò.
“Guardami...sto tremando di paura!”
Scott si intromise tra le due un attimo prima che passassero seriamente alle mani, trascinando Bridget che si era messa in piedi, di nuovo sulla sedia.
“Faresti meglio a calmarti” le sussurrò “Questi giocano in casa, casomai non l'avessi notato!”
“Non provare a darmi ordini, capito? Non ci pensare nemmeno! Se non fosse stato per tuo fratello e la sua parlantina adesso non ci troveremmo in questa situazione di merda”
“Va bene Brigs, se vuoi sfogarti mi sta bene, però...”
“Non chiamarmi Brigs. Solo Elaine può chiamarmi Brigs, capito?”
Scott alzò le braccia.
“Mi arrendo...io ci ho provato!”
Lei voltò la testa e tornò a fissare la porta.
Se quel Sadder fosse stato zitto anziché provocarla, non ci sarebbe stato bisogno di litigare anche con Scott. Non ce l'aveva con lui, la colpa di quello che era capitato ad Elaine, qualunque cosa fosse, era soltanto sua che le aveva permesso di andar via, e non l'aveva seguita. Per una volta tanto che toccava a lei proteggere anziché essere protetta...perché non si era fidata del suo istinto?
In quel momento sentì gli occhi di Sadder puntati contro e d'impulso si voltò.
Non aveva sbagliato.
Ma lui non la stava semplicemente guardando, stava scavando dentro di lei, si insinuava nei suoi pensieri e allo stesso tempo nella sua carne, e poteva sentirlo come se le avesse infilato una mano in gola e stesse rovistando tra i suoi organi interni.
Credo che tu non sappia che cos'è esattamente il tuo istinto, Brigs. Non sai come si chiama, ma ne percepisci la presenza. In fondo non sei così diversa da tutti noi...
L'aria nella stanza era una presenza fisica che odorava di fumo e di indefinito. E l'indefinito veniva proprio da Sadder, dal suo sguardo, dal suo corpo lungo e sinuoso, e persino dai suoi abiti che ne sembravano impregnati fin nella più piccola fibra.
Pian piano la tensione di Bridget andò diminuendo fino a perdersi. Sentì la testa ondeggiare, e la mano invisibile arrivare fin dentro lo stomaco.
È dappertutto, dentro di te. Quanto pensi di vivere nell'ignoranza? Per quanto vuoi essere cieca, Bridget Bradshow?
Una nota stonata spezzò l'impudente indagine nella sua anima, e per quanto Bridget iniziasse a sopportare sempre meno gli sguardi di quella Tangerine, che sembrava pronta ad azzannarle la gola alla minima occasione, le fu grata per aver pigiato il dito contro quel tasto del pianoforte.
Annaspò qualche istante in cerca di aria, come se qualcuno le avesse tenuto la testa schiacciata sott'acqua fin quasi a farle perdere i sensi, poi si riprese. Scott fece per soccorrerla, ma lei gli si allontanò.
“Sto bene, sto bene...”
“Sicura?”
“Sì”
Sono appena stata ispezionata da un demone fin negli intestini. Tu come ti sentiresti al mio posto?!


Torno dopo una lunga pausa, non ancora a pieno ritmo ma almeno con l'intro del nuovo racconto che spero di completare al più presto.
A chi interessa, QUI inizia la prima parte di questa chiamiamola "avventura", e QUI inizia la seconda parte.
A chi non interessa beh, accidenti, non sapete cosa vi perdete!! XD
Ovviamente scherzo...

Buona lettura ^^

martedì 27 ottobre 2009

Through the fog_part #8

...e giunse così la fine.
Ho atteso e meditato a lungo, prima di postare questo capitolo e soprattutto, prima di dichiararlo l'ultimo di "Through the fog", perché ancora non avevo deciso se integrarlo o meno con qualche altra pagina, o con un ulteriore nono capitolo.
Dopo averlo lasciato riposare per qualche tempo e averlo riletto, ho deciso che così com'è ha il suo perché, e quindi è a posto.
E se ci sono tante domande, presto arriveranno tutte le risposte (anche per me, che sto aspettando con penna e block notes che quei lavativi dei miei personaggi smettano di scioperare, e facciano il loro lavoro)...
A chi interessa...buona lettura ^^

Mary non le aveva mai rivolto una specifica minaccia, ma Elaine sapeva di aver letto bene nel suo cuore, e dentro quella piccola testa senza cervello.
Tuttavia i pestaggi, e l'affidarla a Isibéal che era assolutamente inadeguata a prestarle delle cure non avevano fatto parte di una vendetta, ma solo di un piano perfettamente organizzato con cui era stato eliminato un anello debole, che prima o poi, se non con Elaine, avrebbe ceduto con qualche altra consorella desiderosa di lasciare la comunità, e allo stesso tempo si era resa inoffensiva la ribelle, la gatta selvatica che fino all'ultimo aveva avuto il coraggio di mostrare le unghie.
Al contrario, tutto ciò che le era stato imposto una volta rientrata dal Mattatoio, mentre riposava un po' in attesa dell'ultimo atto, era da considerarsi come una vendetta personale di sorella Mary. Nulla di serio, solo piccoli dispetti, ma che rendevano il difficile riposo di Elaine quasi impossibile. Un modo per dirle che non avrebbe dovuto inimicarsela, quando lei aveva teso una mano nella sua direzione.
Elaine era ancora viva, perlomeno fisicamente, e iniziava a riprendersi. Quello che in lei stava morendo, era la sua parte combattiva, che si agitava ora come una creatura minuscola dentro la sua anima.
Sei troppo piccola, le ripeteva lei, adesso sono stanca, voglio solo riposare.
Voglio solo riposare, o forse morire.
E appena si stendeva su un fianco e provava a chiudere gli occhi, Mary la faceva alzare con una scusa qualsiasi, e a volte senza nemmeno scusarsi; dopotutto era lei a comandare, perciò non aveva bisogno di giustificarsi. E quando poi riusciva a stendersi di nuovo a letto il sonno era passato, lasciandole una scia di visioni inquietanti di morte con gli intestini intrecciati ai polsi, del suo corpo appeso per i polsi e sollevato da terra, con un peso attaccato alle caviglie per stirare la schiena, mentre la scutica le lacerava la carne e le faceva vibrare le ossa. Quando incominciò a temere che il cibo fosse avvelenato, quando l'aria divenne un fetore irrespirabile, la luce una lama che le tagliava gli occhi ogni volta che li apriva, e i rumori erano amplificati al punto da farle male, si arrese del tutto. Se si sedeva di fronte al muro, poteva vedere quella piccola parte di sé che ancora voleva sperare, imprigionata: chiusa in gabbia, più che mai arrabbiata, piena di forze che però non erano più sufficienti per sopportare il peso che il Reverendo aveva messo sulle sue spalle. Mentre stava seduta in un angolo della stanza, con la schiena rivolta alle consorelle che non osava guardare, perché tutte la ritenevano colpevole della fine di Isibéal e lei non aveva modo di provare il contrario e difendersi, placava le ire di quella parte della sua anima con la rassegnazione.
Manca poco, diceva, ancora un passo e poi tutto sarà finito.
Si allontanò sempre di più dal mondo esterno, si chiuse in gabbia insieme a se stessa e là rimase ad aspettare la fine.
Nessuno l'aveva detto a voce alta, tutto ciò che era trapelato riguardava soltanto la cancellazione con l'acido dei suoi tatuaggi, ritenuti retaggio di una vecchia vita che avrebbe dovuto abbandonare, ma Elaine sapeva benissimo che era soltanto una copertura. Sapeva che sarebbe morta, e sapeva che il boia sarebbe stato Derek.
L'ultimo passo verso l'alleanza: lui un peccatore guerriero, lei una schiava che non potendo più servire a niente, era diventata un anello debole.
Nonostante di tanto in tanto lottasse ancora con l'istinto di sopravvivenza, si sentiva pronta ad accettare il suo destino e così, quella voce che si insinuò con parole di coraggio nel suo mondo, sulle prime rimbalzò contro un muro. Dovette parlare a lungo, prima di arrivare a toccare la sua coscienza, prima che la parte combattiva la sentisse e capisse ciò che stava dicendo.
Quando la voce riuscì a scalfire il muro, il mondo esterno tornò a invadere la cella coi suoi rumori, con la luce e con altre voci.
“Quella nuova...” disse qualcuno “La nuova sorella è davvero strana...”
Il Qualcuno aveva ragione.
Era strana, enigmatica, insondabile.
Elaine ne percepì l'essenza la prima volta che incontrò i suoi grandi occhi neri, e sapeva che se ci era riuscita lei in quelle condizioni, il Reverendo ci avrebbe messo la metà del tempo.
“Lui ti scoprirà” le sussurrò un giorno, in uno dei rari momenti in cui le due si trovavano sole nella stanza da letto “Capirà presto quello che sei e ti farà fare una brutta fine. Devi andare via finché puoi”
“Mi so difendere” le rispose l'altra.
A Elaine scappò un sogghigno amaro, con una lacrima che le rinfrescò la guancia.
“Lo credevo anch'io...”
“Se permetti, per me è diverso...io sono diversa...sono...”
“Lo so che cosa sei, ma non ti servirà a niente”
La donna raddrizzò la schiena.
“Bene, visto che sai cosa sono possiamo saltare le presentazioni. Sono qui per aiutarti, Elaine...devo portarti fuori, ma se non collabori...”
“Sono così stanca...” la interruppe la ragazza e poi, come un ragno ferito che ritira le zampe, si appallottolò dentro il camiciotto e chiuse gli occhi.
Sono tanto stanca. Voglio solo riposare. O forse morire.
“Elaine...no, non devi lasciarti andare”
“Voglio solo riposare”
“Ti riposerai una volta fuori! Adesso devi tirarti su...”
“Sono tanto stanca...tanto...stanca...”
“Elaine...Elaine devi ascoltarmi! Tua sorella ti sta aspettando fuori...non vuoi rivederla?”
La voce era tornata lontana, il senso delle parole si era perso di nuovo. Nemmeno l'accenno a Brigs la smosse, perché per quanto desiderasse rivederla prima della fine, sapeva che per farlo le avrebbe solo procurato dei guai. Il Reverendo l'avrebbe trovata, avrebbe visto quello che c'era in lei e a quel punto...no, Brigs doveva restare all'oscuro. Non voleva sapere che aveva ceduto, ed era diventata quello da cui erano entrambe fuggite fino a quel giorno.
La nuova arrivata scosse la testa e sospirò verso Elaine, ridotta ad un fagotto terrorizzato.
Scuoterla in quelle condizioni era impossibile: doveva lavorare a fondo, e per farlo necessitava di più tempo e più tranquillità, per rimuovere le sbarre dietro cui si era trincerata, ma in quella comunità non aveva né l'una né l'altra cosa. Non restava altro da fare che portarla fuori di peso, e sperare che Hanger avesse avuto più fortuna di lei con Derek.
Le sue speranze vennero meno quasi subito.
Una volta raggiunto Hanger, le bastò guardarlo in faccia per capire che se non era nella sua stessa situazione, poteva solo essere messo peggio.
“Dobbiamo andare in quella stanza” le disse lui.
“Perché non portarli fuori prima di arrivare là? La nostra protezione sta iniziando a cedere...se diventiamo vulnerabili al momento sbagliato lui capirà che cosa siamo...per non dire che l'ha già capito”
“Forse l'ha capito, ma non sa perché siamo qui e credo che ora gli importi solo di Derek. E poi, la Stanza Rossa è la sua stanza...e tu che cosa fai nella tua stanza preferita?”
“Non ti seguo...”
“Ti rilassi. E quando ti rilassi abbassi la guardia...gli altri sono per la maggior parte umani”
“Ma gli umani sono tanti...”
“Possiamo farcela”
“Non lo so”
La ragazza esitò, e abbassò lo sguardo mentre meditava, poi lo rialzò.
“Sai com'è andata l'ultima volta che sono stata imprigionata...tu sei morto, e io non ho potuto fare niente per impedirlo”
Hanger sorrise brevemente.
“Non ha grande importanza, dato che grazie a te sono tornato”
“Questa è una manovra pericolosa, e lo sai meglio di me”
“Sono stato un assassino, Vanilla...ci ho convissuto col pericolo. Credi che mi faccia paura?”
Sorrise anche lei, non tanto perché le sue parole l'avessero rinfrancata, quanto più per i ricordi che suscitarono nella sua mente, del tempo in cui lui era vivo e lei vi si era indissolubilmente legata.
“Bene...se non ci sono alternative...”
“Fa in modo di accompagnare la ragazza nella Stanza Rossa, domani. Ci vedremo là”

lunedì 26 ottobre 2009

Through the fog_part #7


Quando arrivò il caldo, sulle prime Elaine lo stramaledisse.
La sete le aveva inaridito la gola e seccato le labbra, e il sudore che le colava dalla fronte era acido rovente, come una malattia che il suo corpo stava espellendo attraverso i pori. Ma poi cambiò idea, quando proprio il caldo fece sì che il nastro adesivo cedesse, permettendole di chiudere almeno un occhio. Uno era meglio di niente, dopo che li aveva tenuti aperti entrambi a forza per chissà quanto tempo, e così si ritrovò a ringraziare quella calura malata che le prosciugava il corpo e le annebbiava la mente.
Il Reverendo aveva ragione: all'inferno si scivola un po' per volta.
Pensò di esserci arrivata quando smise di trovare un motivo per restare attaccata alla vita, quando pensò che avrebbe ordinato al suo corpo di morire e quello l'avrebbe ascoltata. Aveva già iniziato ad esercitarsi, a scivolare mentalmente fino al suo cuore per stritolarlo con la mano, fino a ridurlo in poltiglia.
Con gli occhi aperti non poteva riposare, non poteva dormire, e un bavaglio le impediva di comunicare con Derek, così era come se stesse affrontando quella cosa da sola. La testa fissata ad una staffa, sistemata contro lo schienale della sedia, le imponeva di tenere lo sguardo sempre fisso davanti a sé, verso l'agonia di Isibéal prima, e poi verso la sua morte. Dopo l'eviscerazione infatti, il Reverendo aveva messo i prigionieri in quella scomoda posizione e li aveva lasciati lì con la moribonda finché non si era decisa a schiattare. Un trapasso peggiore di quello, Elaine non l'aveva mai visto in tutta la sua vita, eppure dopo un tempo impossibile da quantificare, aveva incominciato a provare un'agghiacciante forma di invidia. Almeno le sofferenze della cicciona erano finite, pensava, mentre le sue andavano prolungandosi oltre un tempo già dilatato all'infinito, in un inferno di calore, nausea e sete intollerabile.
Dopo quella che sembrò un'eternità, qualcuno scese a controllare che i prigionieri fossero ancora vivi. Elaine se ne accorse, ma visse quel momento nella più totale passività. Non avrebbe saputo dire se a liberarla era stato Kyle, o Faccia Arcigna o il Reverendo stesso, era troppo indebolita dal digiuno e dalla sete per riconoscere qualcuno, per non dire che aveva già iniziato da un po' a vedere Isibéal alzarsi dalla poltrona e passeggiare per la stanza, rigirandosi gli intestini tra le mani come aveva fatto con il rosario. Ma chiunque fosse stato, si era premurato di controllare che né lei né Derek morissero.
Sia lei che Derek erano stati liberati e portati di peso fin nel piccolo bagno accanto al Mattatoio e lì, sorretti mentre si liberavano di bisogni trattenuti per chissà quanto, in parte dissetati, e infine sommariamente lavati. Poi erano stati rimessi nella stessa precedente posizione, senza alcuna possibilità di ribellarsi. Derek non era forte nemmeno da stare in piedi da solo, e quanto ad Elaine era una fortuna che fosse ancora cosciente. Le vennero medicate le ferite sulla schiena e una volta tornata sulla sua sedia, le venne ficcato un ago in un braccio.
Liquidi e un po' di nutrimento per accrescere l'agonia, perché vivessero entrambi abbastanza a lungo da vedere il cadavere di Isibéal che si decomponeva. Ma forse non era nemmeno quello a portarla sull'orlo della follia. Se c'era qualcosa di peggiore che sopportare il tanfo della morte e le allucinazioni, era sicuramente il non sapere dove fosse Brigs, e come si sentisse. Iniziò col pensarla, poi col ricordarla e infine col vederla camminare per la stanza, chiamarla da un angolo buio per cercare aiuto, e lei non poteva fare altro che restare immobile, impotente di fronte a quei richiami, con la bocca soffocata da un bavaglio e il cervello che pulsava dolorosamente contro le tempie.
E poi c'era stato anche Derek, per un po', nei suoi pensieri. Lui e i sensi di colpa per avergli impedito una resa che avrebbe potuto risparmiargli quell'atroce agonia, e il timore che fosse morto per causa sua.
Quando finalmente il Reverendo tornò per far rimuovere il cadavere di Isibéal e parlare coi prigionieri, Elaine non aveva perso soltanto le forze fisiche, ma anche gran parte della sua volontà.
Prima di ogni altra cosa fu nuovamente medicata, poi poté finalmente bagnarsi le labbra con dell'acqua fresca, e inghiottire del cibo vero, che ci mise una vita e mezza a scenderle nello stomaco e a restarci.
Ci volle del tempo prima che riacquistasse un po' di coscienza di ciò che c'era intorno a lei, e per quanto la disgustasse ammetterlo, il Reverendo iniziò a farle paura. Non era ancora del tutto convinta di aver sbagliato la sua prima analisi, e quindi che lui in fondo non fosse umano, ma di certo era diventato estremamente più potente ai suoi occhi.
“A questo punto credo che dovreste ringraziarmi” sbottò l'uomo guardando a turno le sue vittime “Avrei potuto lasciarvi qui molto più a lungo...”
L'istinto di ribattere premette per una frazione di secondo contro la bocca di Elaine, ma poi svanì, lasciando posto ad un'espressione vuota, mentre la sua testa ciondolava impercettibilmente avanti e indietro senza che potesse controllarla. L'uomo le si avvicinò, allungò la mano e con due dita sorprendentemente fredde le afferrò il mento.
“Siamo quasi alla fine” soggiunse, frugando con violenza nei suoi occhi “ora che vi vedo finalmente nella giusta disposizione d'animo per rimettervi a me, e alla mia benevolenza, non ci rimane che fare un ultimo passo...”
Lasciò il mento di Elaine che ricadde in avanti di colpo, e andò verso Derek.
“Un'ultima ma importante prova, per suggellare la nostra nuova alleanza...”
Quando la stanza smise di turbinare davanti ai suoi occhi, la ragazza si voltò. Derek e il Reverendo guardavano verso di lei, l'uno con gli occhi opachi e insondabili, l'altro sorridendo di un'eccitante e malata consapevolezza. Elaine si sentì improvvisamente stanca. Tornò a guardare davanti a sé, curvò le spalle e lasciò andare un lungo respiro.
Non ce la faccio più...